
Prima di inoltrarci nel mondo ebraico dell'Antico Testamento, che ci portera' a scoprire la situazione familiare e sociale della donna in quel periodo, bisogna ricordare:
· che stiamo considerando il tempo appena posteriore al III capitolo della Genesi, per cui il modo di agire delle persone rispecchia la cultura dell'epoca;
· che "il mondo dell' Antico Testamento" e quindi la famiglia ebraica, sono chiaramente improntati al "modello patriarcale".
La donna ebraica nella condizione di figlia
Nel mondo ebraico dell'A.T. i figli, indistintamente dal sesso, erano considerati dono di Dio. Tuttavia ai figli maschi era conferito piu' onore, infatti erano loro a possedere, in futuro, il patrimonio della famiglia e ne portavano avanti il nome. Il Nome era considerato come l'anima di una persona, la sua personalita', la sua conoscenza, e racchiudeva in se anche le ricchezze, le benedizioni, l'onore e le conquiste ottenute durante la vita. In altre parole, per l'Ebreo era estremamente importante che alla sua morte la sua anima (il suo nome) non scomparisse. Cio' rende comprensibile perche' la nascita di un maschio era piu' importante della nascita di una femmina. Vediamo ora quale ruolo aveva la figlia in considerazione dei due aspetti fondamentali della vita ebraica:
1. Gli Ebrei conducevano una vita nomade con una economia prevalentemente agricola e la nascita di un figlio, senza distinzione di sesso, rappresentava per la famiglia due braccia in piu' che avrebbero certamente fatto comodo nel lavoro quotidiano. Dalla Bibbia possiamo vedere che la ragazza svolgeva determinati compiti, come custodire il gregge (Genesi 29:6), attingere l'acqua al pozzo (Genesi 24:15), spigolare nei campi (Ruth 2:2).
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Il maggior
interesse per gli Ebrei (come abbiamo visto prima) era assicurarsi una
discendenza, quindi la giovane donna, oltre ai compiti gią elencati, doveva
diventare anche una "moglie" e principalmente una madre potenziale, valori
questi, in cambio dei quali un uomo avrebbe "donato" un gran prezzo.
Queste considerazioni ci spiegano in parte l'importanza che Israele attribuiva alla verginita' di una ragazza, la quale doveva ben guardarsi nel valutare con superficialita' questo aspetto del suo corpo. La legge prevedeva delle severe punizioni per quelle ragazze che usavano impropriamente il proprio corpo, concedendosi ad un uomo senza essere legata da vincolo matrimoniale, oppure nei casi di violenza, seduzione e fornicazione (Esodo 22:16-17; Deut. 22:28-29; 22:23-27 ).
Le esperienze sessuali, allora come oggi, devono essere vissute nell'ambito del matrimonio, esse sono qualcosa di estremamente intimo ("sacro") nella coppia, da non profanare assolutamente con la fornicazione anche in relazione alla santita' di Jahwe' (Lev.19:1-2; 20:26; 21:3) che esige anche dall'uomo la santita' ossia la separazione dal profano.
Le figlie dipendevano totalmente dal padre, se non erano sposate, e il padre si occupava, generalmente, di trovare lo sposo per la figlia (Genesi 24: 33-53; 29:18; 19:33), poteva disporre di lei in determinate circostanze (Genesi 19:8). Inoltre il padre poteva "vendere" la propria figlia, cio' avveniva in caso di indigenza. Infine, in caso di ingiuria contro una ragazza, al padre spettava il risarcimento dei danni (Esodo 21).
In Israele tutti i figli dovevano avere una istruzione che consisteva nella conoscenza di Dio e delle sue leggi (Deut. 6:6-7; 4:9; 6:20; 31:13). Ma a differenza dei maschi, le ragazze ricevevano questi insegnamenti nell'ambito familiare, in occasione di feste, in giorno di Sabato e durante le letture pubbliche e la predicazione al tempio (Deut. 31:12). Di norma la ragazza restava sotto la direzione di sua madre, che le insegnava cio' che maggiormente le competeva come donna.
La combinazione dei matrimoni
Generalmente non toccava ai giovani scegliere chi sposare. Prima veniva il matrimonio, poi l'amore.. La pratica di combinare matrimoni non significava che i genitori non tenessero in conto i sentimenti dei loro figli (Genesi 24:58) o che l'amore venisse sempre dopo il matrimonio (Genesi 29:10-12).
Un amico dello sposo (Giovanni 3-29) portava avanti la contrattazione in nome del futuro sposo e di suo padre, contattando una persona che rappresentava il padre della sposa. Occorreva raggiungere un accordo riguardante il compenso (per il lavoro che la ragazza una volta sposata non avrebbe piu' svolto in famiglia) il "mohar" da pagare alla famiglia della donna, e una dote che bisognava pagare al padre della sposa. Questi era autorizzato a usarne gli interessi, ma non poteva spenderla (Genesi 31:15), doveva tenerla in serbo in caso che la donna fosse rimasta vedova o fosse sopraggiunto un divorzio.
Quando tali somme di denaro non potevano essere pagate per ragioni di poverta' del pretendente, si andava alla ricerca di altri compensi, come la prestazione di un lavoro (Genesi 29:18) o l'eliminazione dei nemici (I Samuele 18:25).
Entro' in uso che parte della dote formasse un cerchietto di
monete che si legava al copricapo della sposa. Cio' divenne un simbolo, come
l'anello
nuziale,
per cui la perdita di una di quelle
monete avrebbe
causato grande apprensione (Luca 15:8-10). Come parte dell'accordo matrimoniale,
il padre della sposa avrebbe fatto alla figlia un regalo di matrimonio
(dote)
(Genesi 24:53-61; Giudici 1:12-15).
Quando era possibile i matrimoni venivano combinati tra i membri del proprio parentado. Abramo mando' il suo servo tra la sua gente a cercare una sposa per suo figlio Isacco (Genesi 24:3-4) e Giacobbe fu mandato anche lui nello stesso luogo per trovarsi una sposa (Genesi 28:2;29:19). I genitori di Sansone furono contrariati perche' egli non aveva scelto una moglie appartenente al suo clan (Giudici 14:3). Talvolta si facevano dei matrimoni al di fuori del clan (Genesi 41:45; Ruth 1:4) e di solito cio' avveniva per ragioni politiche (I Re 11:1; 16:31). Non fu pero' mai una pratica approvata, poiche' le persone appartenenti agli altri clan adoravano divinita' diverse e cio' aveva ripercussioni sull'intera vita religiosa del popolo (I Re 11:4). I matrimoni tra membri della stessa famiglia erano vietati, le leggi che vietavano questo tipo di matrimonio sono elencate in Levitico 18:6-18.
Il fidanzamento
Raggiunta l'intesa per il matrimonio, vi era il fidanzamento, una cerimonia che impegnava assai di piu' di quanto non impegni il fidanzamento nella societa' contemporanea. Un uomo fidanzato con una donna, anche se non era sposato, era esente dal servizio militare (Deut.20:7).
Se una fanciulla gia' fidanzata veniva violentata da un altro uomo, non poteva divenire moglie di quest'uomo, come sarebbe stato normale (Deut.22:28-29), poiche' essa gia' apparteneva al futuro marito. Una violazione di questo genere implicava la pena di morte (Deut. 22:23-27).
Le parole dette da Saul quando Davide e Mical fecero il fidanzamento erano probabilmente le parole rituali di tele celebrazione: "tu sarai mio genero" (I Sam.18:22).
Il fidanzamento poteva essere rotto solo per mezzo di un atto legale di transazione (implica un divorzio) e la ragione per tale procedura era un adulterio (Deut.22:24). Il fidanzamento durava circa 12 mesi, durante i quali lo sposo doveva preparare la casa mentre la sposa avrebbe approntato gli abiti nuziali. Alla famiglia della sposa spettava il compito di preparare le celebrazioni nuziali.
Maria e Giuseppe erano fidanzati quando si scopri' che Maria era incinta, Giuseppe non voleva ripudiarla pubblicamente poiche' in tal caso Maria, ritenuta adultera, sarebbe stata lapidata. Giuseppe doveva amarla veramente molto e aveva una gran fiducia in Dio che gli aveva parlato in sogno per indurlo a sposarla ugualmente. Forse questo evidenziava il carattere della persona che Dio aveva scelto per educare Gesu' (Mat.1:18-20).
La donna ebraica nella condizione di moglie
Una ragazza che desiderava sposarsi, oltre al fatto che non poteva scegliere il proprio compagno, doveva sposare un uomo appartenente al popolo d'Israele. Questo per motivi religiosi e di sangue, perche' se avesse scelto un pagano poteva sviarsi dalla propria fede nell'Iddio vivente (Esodo 34:15-16; Deut.7:3-4). Un' eccezione veniva fatta per le prigioniere di guerra, le quali potevano sposarsi solo dopo aver rinnegato la vecchia origine (Deut. 21-10-14).
Il
giorno del matrimonio la sposa era vestita riccamente (Salmo 45:14) ed ornata di
gioielli (Isaia 61:10). Un velo le copriva il capo (Cant.dei cant. 4:1-3;6-7)
che le veniva tolto solo nella camera nuziale dal suo sposo. La sposa
raggiungeva la casa dello sposo dove si celebrava la cerimonia (Salmo 45:15-16).
La festa nuziale durava 7 giorni (Genesi 29:28) ma il matrimonio veniva
consumato fin dal primo giorno. La sposa doveva conservare il panno imbrattato
di sangue come testimonianza, nel caso in cui il marito avesse osato alzare calunnie
sulla verginita' della moglie (Deut.22:13-21).
L'amore sponsale viene presentato nell'A.T. come un affetto profondo tra i due giovani, voluto e benedetto da Dio. Il matrimonio e' anche simbolo dell'unione tra "la sposa", il popolo d'Israele, e Jahwe' "lo sposo". Israele, in quanto sposa di Jahwe' e' stato scelto in mezzo agli altri popoli, adornato e nobilitato per l'unione con Lui..
La moglie proprieta' di suo marito?
La donna che si sposava lasciava i suoi genitori e entrava a far parte del clan del marito. La moglie era elencata tra le possessioni del marito, come il suo servo, il suo bue, il suo asino (Es. 20:17). Il marito e' definito il Ba'al della maglie, a cui la Bibbia da il significato di "padrone" o "possessore", come per dire padrone di un terreno o di un asino. Quindi si puo' dire che al matrimonio avveniva un vero e proprio atto di compravendita; cioe' il marito per avere la moglie pagava una somma di denaro. (Il MOHAR che troviamo solo in Genesi 34:12; Esodo 22:16; I Samuele 18:25.) Sebbene questo dia l'impressione che il matrimonio israelita sia solo un atto di compravendita, le cose non stanno cosi', poiche' il prezzo non era pagato per comprare un bene, ma piuttosto per risarcire e compensare con un dono (il Mohar) la famiglia, per il dono (la figlia) che questa faceva al marito dandogliela in sposa.
Stabilito che la donna non era una proprieta', dobbiamo spiegare il concetto di Sa'al "padrone, possessore". Per poter capire questo concetto bisogna entrare in un altro argomento, quello del rapporto coniugale.
Il matrimonio in Israele era coronato da una profonda intimita', rispetto e onore tra i coniugi. Che la donna avesse un ruolo subordinato e assodato, ma ella godeva di tutto il rispetto, rivestiva il ruolo di consigliera, anche se tante volte i suoi consigli erano negativi, esempio Rachele e Isacco (Genesi 27:41-46).
La donna era sottomessa all'uomo con una sottomissione onorevole, serviva il suo signore con amore. L'uomo, se voleva essere il Ba'al di sua moglie doveva mantenere una relazione intima con sua moglie, esercitando i suoi poteri entro certi limiti. Egli non era un despota ma rispettava amorevolmente la sua compagna.
E' importante sottolineare che il potere, che esercitava il marito sulla moglie in Israele, era molto diverso rispetto alle usanze dei popoli vicini:
-- presso i Babilonesi, a seguito di un litigio o di una negligenza, la donna poteva essere punita anche con la morte. Poteva essere relegata alla posizione di schiava o, in caso di debito, essere consegnata nelle mani del creditore al fine di estinguere il debito;
-- presso gli Assiri, le leggi, in tal caso, concedevano al marito di castigare e punire corporalmente la moglie.
Nell' A.T. non troviamo nessuna legge che permette di castigare o di vendere la propria moglie, ma solo di accusarla di adulterio o mandarla via.